Facolta’ di scienze della formazione






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Università degli Studi di Genova Facoltà di Scienze della Formazione

FACOLTA’ DI SCIENZE DELLA FORMAZIONE


CORSO DI LAUREA SPECIALISTICA IN SCIENZE PEDAGOGICHE

La pertinenza non è più una virtù: Surrealismo, grottesco e letteratura per l’infanzia

Relatore: Prof. Pino Boero.

Correlatore: Prof. Giovanni Ricci.

Candidato: Biancamaria Del Sorbo.

ANNO ACCADEMICO


2009/2010

Sommario

FACOLTA’ DI SCIENZE DELLA FORMAZIONE 1

Ringraziamenti. 169


A mia mamma,

ai miei nonni

e a Ugo,

che ora corre felice nei prati.

Introduzione

La scelta di un argomento per la mia tesi di laurea non è stata un operazione facile. Questo è accaduto perché in questi anni di studio ho sempre immaginato questo momento come un coronamento della fatica e dell’impegno impiegati. Ho sempre pensato che la mia tesi di laurea sarebbe stata particolare, che avrei sviluppato un argomento insolito e affascinante non solo per me, ma anche per tutti coloro che avessero avuto modo di leggerla. Non so se sono riuscita in questo intento, ma approfondire questo tema è stato comunque per me motivo di crescita e di soddisfazione.

La scelta di un argomento del genere non è stata semplice, ho cercato per molto tempo qualcosa che potesse essere interessante, innovativo e nello stesso tempo vicino a me, alla mia personalità, ai miei interessi. Quando sono andata a ricevimento del Professor Boero per concordare la tesi avevo un’idea molto diversa, che tuttavia non trovavo completamente soddisfacente ed entusiasmante. Dovevo dare un taglio più preciso e più interessante per non rischiare di scrivere qualcosa di ridondante e retorico. In quel momento mi tornò in mente un argomento d’esame che trovai molto interessante, ma che avevo archiviato nelle mie memorie, proprio come succede, purtroppo troppo spesso, con i testi tornando a casa dopo aver sostenuto un esame. Riponendo il libro nella mia libreria, avevo accantonato l’interesse per quell’argomento, che a suo tempo avevo trovato originale, sentendolo subito “mio”.

L’esame in questione era quello di Pedagogia della Lettura e in particolare il testo era In una notte di luna vuota di Marco Dallari. In questo libro si parlava di un’educazione collegata a pensieri metaforici, laterali e impertinenti. Tra questi il concetto in cui più mi ritrovavo e che ho deciso di affrontare era quello dell’impertinenza, concetto che probabilmente avevo sempre sentito parte del mio pensiero senza tuttavia potergli dare un nome, un’identità.

La tesi inizia con un’analisi del concetto di impertinenza in generale, prosegue con un’esposizione della grande impertinenza della storia artistico - letteraria del Novecento rappresentata dalle Avanguardie e prosegue con la ricerca di qualche segno di impertinenza nella letteratura per l’infanzia. Nell’ambito di quest’ultima sono venuta a conoscenza di Orecchio Acerbo, una giovane casa editrice impertinente nata da circa un decennio.

Ho sfogliato, letto e schedato uno per uno ogni libro prodotto dalla casa editrice. È stato un lavoro lungo, ma profondamente interessante, talvolta divertente, talvolta riflessivo. Dopo questo lavoro ho incontrato gli editori alla Fiera del Libro di Bologna, ai quali ho potuto porre qualche domanda, senza rubare troppo tempo al loro lavoro.

Successivamente ho cercato di suddividere i libri di Orecchio Acerbo per tematica, analizzando la qualità dei contenuti, sempre diversi e sempre nuovi. Una piccola parte è dedicata anche agli autori che per questa casa editrice hanno scritto e disegnato, poiché credo che sia importante anche conoscere “chi” scrive e non solo “cosa”.

Ho potuto constatare quanto l’oggetto che comunemente chiamiamo “libro” abbia un grande valore prima di tutto come oggetto, che come tale si può guardare, toccare, manipolare, annusare e poi si può anche sfogliare e leggere. Mi piace pensare che il libro non sia solo uno strumento, sia esso per studiare o per rilassarsi, ma credo che sia qualcosa che vale la pena di incontrare e di conoscere non perché vogliamo che ci porti a qualcosa, ma perché ha una propria importanza, un proprio valore. Questo vale soprattutto per gli albi illustrati, per costruire i quali non bastano uno scrittore e un editore, ma un insieme di professionalità che rende ogni albo unico. Certo non deve essere messo in una teca e guardato da lontano come una scultura di grande valore, ma deve poter essere sfruttato in tutte le sue potenzialità sensoriali.

L’impertinenza.

“Son belle le parole: te le puoi inventare

Puoi farne delle rime, ci puoi anche giocare.

E se non è d’accordo qualche nonna bisbetica

Dille: non sono errori, è licenza poetica!”
(Marco Dallari, “Rivista Infanzia”, n. 5, marzo 2007)

Il concetto di “impertinenza”, nel senso comune, assume oggi un significato che tradisce in parte il suo senso originario. Viene considerato impertinente un bambino che risponde in modo sgarbato ad un adulto, che non si comporta secondo certi canoni, offendendo così le norme del buon senso e lasciando esterrefatti ed indignati certi adulti. In realtà impertinente è ciò che non pertiene, cioè qualcosa che non riguarda un dato contesto. Il concetto di pertinenza deriva dal latino “pertinere”, il quale designa “ciò che appartiene a”, in pratica tutto ciò che riguarda, appartiene, attiene ad un oggetto, un concetto o una situazione. Luis Prieto, semiologo argentino, definisce la pertinenza come il legame culturale che c’è tra un oggetto, il suo nome e la sua funzione convenzionale. Secondo questa concezione, impertinente diventa tutto ciò che rompe gli schemi, tutto ciò che esula da un dato contesto, ma che non per questo ne è completamente estraneo. È ciò che permette di vedere la realtà da un’altra prospettiva, che fa rendere conto che forse le cose potrebbero non essere come pensiamo che siano. L’impertinenza è un fenomeno culturale, ma anche un fenomeno personale. Ogni persona può avere uno stile di pensiero impertinente, o meglio divergente o laterale.

L’idea dell’esistenza di un pensiero divergente è stata portata avanti da Edward De Bono. Il pensiero laterale o divergente è tipico delle persone creative, le quali non hanno bisogno di essere inventori o artisti per essere tali. La creatività infatti è l’abilità e la possibilità di mettere in atto ciò che la fantasia ha concepito1. In questo modo può sembrare che si debba essere artisti per essere creativi, ma la creatività può esprimersi anche in un modo meno evidente: arrivare a conclusioni passando per ragionamenti lontani dalla logica convenzionale, avere strategie differenti di conoscenza è essere creativi. Si intuisce qui come sia profondo il legame tra creatività e pensiero laterale. Quest’ultimo si chiama così perché non utilizza la via consueta, “verticale” per ragionare, pensare, compiere inferenze, ma utilizza un’altra via, né sbagliata né giusta, ma laterale, traversa. Il pensiero laterale può arrivare alle stesse conclusioni alle quali può arrivare il pensiero verticale, magari allungando un po’ la strada. Per usare una similitudine è come scegliere la strada panoramica per arrivare in un luogo. Si arriva sempre nello stesso posto, ma il panorama di cui si è goduto non è quello autostradale, ma è un panorama più ampio, naturale, meno trafficato. Talvolta però la conclusione alla quale si giunge non è quella alla quale si sarebbe giunti utilizzando un pensiero verticale, poiché vengono esaminate possibili conclusioni, ognuna delle quali può essere valida. Talvolta invece gli elementi a disposizione possono essere combinati in modo da produrre diverse risposte allo stesso quesito. Il pensiero laterale però non è opposto a quello verticale, ma si pone con esso in un rapporto di complementarietà, sviluppando le idee prodotte da quest’ultimo, aggiungendo una buona dose di creatività. Chi ha un pensiero divergente si oppone agli stereotipi della società in cui vive. Per questo motivo la persona che utilizza questo tipo di pensiero può essere ritenuta una persona scomoda, ma il prodotto del suo pensiero arricchisce il patrimonio simbolico del proprio gruppo di appartenenza.

Può non essere scontato che uno stile di pensiero laterale si manifesta anche nel modo di ricevere informazioni, non solo nel modo in cui esse vengono elaborate o trasmesse. Quando si parla di ricezione si intende l’elaborazione e l’interpretazione del “materiale” percepito. Colui che pensa in modo laterale non incasellerà le informazioni ricevute in maniera convenzionale e stereotipata, ma andrà a ricercare la profondità delle cose, la loro essenza, arrivando ad avere un immaginario e una “mappa” del mondo completamente impertinente. É importante sottolineare in quest’occasione che non si è impertinenti nei confronti del mondo, ma impertinenti nei confronti della “visioni del mondo” di chi ci circonda. Il rischio può essere quello di pensare che l’immaginario di chi ha un pensiero divergente sia più vicino alla realtà di quello degli altri, ma non è necessariamente così. In ogni caso il pensiero laterale aiuta a non cadere nell’ovvietà e ad allontanarsi dalle abitudini che possono viziare il modo di pensare. Il pensiero divergente in pratica “opera astrazioni che permettono di sottrarre il flusso di pensiero da un percorso unidirezionale”2. È difficile staccarsi dal pensiero verticale, poiché ci permette di facilitare la nostra percezione e la nostra ricezione, captando soprattutto ciò che risulta più familiare e nel modo più familiare possibile. Il pensiero laterale intraprende la strada della rottura e della differenza e, aggiungerei, della ricostruzione.

Anche il linguaggio può avere tratti di impertinenza. In generale il linguaggio può essere sviluppato sotto i criteri della connotazione o della denotazione. Un linguaggio principalmente denotativo vede corrispondere ad ogni parola un unico ed univoco significato, in modo schematico ed inequivocabile. Il linguaggio connotativo invece è quel linguaggio che si apre anche alle valenze affettive, che lascia spazio anche alle interpretazioni soggettive, differenti. Sin dalla prima infanzia, dal primo sviluppo del linguaggio, può essere sviluppato più un aspetto piuttosto che un altro. In pratica da un lato si possono incentivare solo ed esclusivamente le parole utilizzate in modo oggettivamente giusto, tenendo lontani errori e storpiature, per poter utilizzare un linguaggio molto corretto, nel quale ogni significato trova un suo unico e corretto significante. Dall’altro lato invece si può incentivare uno sviluppo del linguaggio più creativo e quindi connotativo. In questo caso sono ammesse trasgressioni, invenzioni di parole ed espressioni che rendono lo sviluppo del linguaggio un gioco. Fa parte di questo tipo di linguaggio la metafora, che oltre ad essere una figura retorica è un vero e proprio modo di pensare e un mezzo di conoscenza. Il pensiero simbolico -metaforico non può basarsi su un procedimento di tipo lineare e consequenziale, ma ha bisogno di meccanismi propri basati su condensazione, spostamento e associazione. La condensazione entra in gioco quando due concetti si avvicinano al punto di esprimersi l’un l’altro in maniera quasi inscindibile. In questo caso tra i due oggetti c’è associazione, cioè possono essere associati l’uno all’altro e c’è spostamento, poiché il significato può spostarsi da un significante all’altro con agilità. In particolare l’associazione, spiega Ferdinand de Saussure, “è uno dei luoghi fondamentali in cui le entità di una lingua, cioè le parole, si relazionano tra loro”3. In pratica la metafora ha bisogno di ambiguità, di uno spazio dedicato all’interpretabile. Per questo motivo il pensiero metaforico è profondamente legato a quello laterale. La metafora diventa strumento di conoscenza quando viene considerata come un’azione: trasferire significato. In pratica si sostituisce un oggetto, una parola con un altro oggetto o parola che con il primo abbia un certo legame, anche profondo e nascosto. Nel fare quest’operazione, cioè nel rappresentare la realtà, ognuno di noi riflette su di essa. Ed è riflettendo e ragionando sulla realtà che la si conosce.

Un altro strumento di conoscenza poco riconosciuto e spesso inconsapevole è l’errore. Esso è uno dei mezzi più immediati e comuni di conoscere. Un proverbio popolare ricorda che “sbagliando s’impara”. È vero, ma il rischio che si corre imparando per errori è quello di rendere l’apprendimento spiacevole. Infatti, spesso gli errori non vengono più commessi perché ad essi si associano gli spiacevoli ricordi delle conseguenze che hanno portato, siano esse punizioni o qualcosa di più serio. Esiste un modo più positivo di apprendere dai propri errori, ed esso si avvicina molto al concetto di pensiero laterale: l’errore può avere un grande valore se utilizzato in modo creativo. A questo proposito non possiamo non ricordare il contributo dato da Gianni Rodari, il quale aveva capito che esso non è qualcosa da incriminare ed eliminare, ma un oggetto dal quale partire per sviluppare non solo il linguaggio, ma anche la creatività. Questo autore affronta spesso questo tema, utilizzando sempre il suo ineguagliabile stile. A questo argomento ha dedicato un intero libro di filastrocche: Il libro degli errori. In questo libro prendono vita animali strani come il “gato”, pianeti mai sentiti come “Merqurio”, posti mai visti come l’ “Itaglia” e “l’ago Maggiore”4. Inoltre tra le “Poesie per sbaglio”5, si può incontrare “l’upo”, l’ “ottomobile” o l’ “autonobile” oppure comprare un barattolo di “sartine sott’olio”. L’errore diventa qui un gioco, un punto di partenza per inventare storie strampalate e luoghi fuori dal comune, per l’appunto impertinenti. Quando i bambini compiono errori non voluti o trasgressioni volontarie, compiono inconsapevolmente un gesto molto importante, poiché utilizzano il pensiero simbolico - metaforico, fondamentale per la costruzione dell’intelligenza e dell’identità. L’esperienza dell’acquisizione del linguaggio, non deve essere un semplice processo di apprendimento, ma deve essere un’esperienza di invenzione e scoperta e soprattutto di costruzione. Quindi per continuare a fare riferimento a Rodari: “sbagliando s’inventa”6. Il fatto che l’errore non sia solo qualcosa da incriminare e respingere, lo dimostra anche la provenienza stessa della parola: errore deriva da errare, che significa vagare qua e là, non solo cadere in errore. Colui che vaga conosce, anche sbagliando.

Parlando di impertinenza non si può non parlare di comicità e di riso, in quanto comico è ciò che si distacca dalla convenzione, apparendo goffo e inconsueto e per ciò divertente. Il riso è la conseguenza di questa comicità, resa esplicita dall’ilarità che provoca negli astanti. Ciò che provoca ilarità è la presenza di “modelli di impertinenza rispetto alla società. A questa impertinenza la società risponde con riso, che è un’impertinenza ancora maggiore”7. Pirandello aveva sottolineato che il comico suscita il riso per il senso del contrario che provoca. Egli riporta nel suo saggio L’umorismo questo famoso esempio: ad un primo sguardo la visione di una donna anziana vestita come un’adolescente può provocare il riso. Questo avviene perché in questa immagine vengono associati due fattori in netta contraddizione, in questo caso cronologica, poiché di certo un abbigliamento tipico di un’adolescente non è convenzionalmente il più adatto. “Il comico è appunto un avvertimento del contrario”8, un’ impertinenza. Anzi si potrebbe dire che è l’avvertimento dell’impertinenza che provoca il riso.

Talvolta l’impertinenza e il pensiero metaforico - laterale possono essere legati al processo della metamorfosi, soprattutto quando riguardano la narrazione e l’illustrazione rivolta all’infanzia. In questo caso il procedimento è legato alla forma e non al contenuto. La metamorfosi riguarda oggetti ed esseri che si trasformano in qualcos’altro, creando un nuovo universo di possibilità che si apre al mondo della narrazione e della fantasia. Questo meccanismo è molto comune al punto da poter anche non essere più considerato impertinente. Può però essere ritenuto tale il modo in cui questa metamorfosi avviene o viene espressa. Per esempio Chiara Rapaccini attua questo processo trasformando semplici oggetti d’arredamento in animali e personaggi. Così nella sua collezione di mobili, possiamo notare tavoli con sembianze di volti umani, sedie che si trasformano in uccelli e paraventi che assomigliano a tante donnine messe in fila.

Tutti possono avere uno stile di pensiero laterale e la storia della cultura europea è piena di impertinenze. Infatti ogni evoluzione culturale, ogni corrente letteraria, filosofica, artistica e si potrebbe azzardare ogni epoca storica, hanno inizio da un’impertinenza. Ogni movimento culturale inizia da una rottura con il movimento che lo precede, il quale a sua volta è possibile sia stato impertinente rispetto a quello che lo ha preceduto. Ma ogni impertinenza rischia di diventare pertinente quando diventa luogo comune e quando entra a far parte della cultura popolare di un’epoca. In questi periodi spesso l’uomo sente il bisogno di rompere con gli schemi della società, nei quali si sente imprigionato, rivoluzionando e sconvolgendo l’immaginario comune di un’epoca.

Tornando all’aspetto quotidiano dell’impertinenza, credo che lo sviluppo di un pensiero laterale dovrebbe essere uno degli aspetti più importanti su cui puntare nell’educazione dei giovani. È una qualità importante, che aiuta a mettere in dubbio ciò che ci circonda, aiutando a non pensare che tutto sia come ci viene raccontato, ma portandoci ad immaginare come potrebbe essere la realtà. Non esiste una ricetta che spieghi come educare verso l’impertinenza. Un simile formulario contraddirebbe sia l’idea di educazione che quella di impertinenza. L’intento però dovrebbe essere quello di non cercare di far possedere un gran numero di nozioni vuote agli scolari, ma lasciare loro uno spazio di espressione, personale e indiscutibile. Forse questo è già implicito nell’idea di educazione, ma impertinente è a mio parere quell’educazione che non mira solo a creare adulti socializzati, eruditi e produttivi, ma adulti consapevoli, critici, creativi e lontani da stereotipi. Ritengo però importante non dimenticare l’importanza della conoscenza, fondamentale per la consapevolezza di sé e del mondo, e delle regole del vivere civile, che non sono gabbie di reclusione, ma, al contrario, rendono gli uomini liberi di esprimersi nel rispetto gli uni degli altri. Sono altre le regole che dovrebbero essere dimenticate: quelle non espresse che fanno prediligere dalla società alcuni modelli piuttosto che altri, le regole delle mode, delle convenzioni sociali, degli stereotipi.

L’impertinenza si può esprimere in molti modi, non solo uscendo dagli schemi, ribaltando situazioni o rivoluzionando luoghi comuni, ma può essere espressa anche in piccole attenzioni, per esempio notando ciò che per altri è irrilevante, lasciando largo spazio ad ogni interpretazione circa un oggetto, non lasciandosi trascinare dalle mode o guardando alle cose con senso critico, non per fare dell’inutile polemica, ma per cogliere i significati delle cose, senza rischiare che essi passino di fronte ai nostri occhi inosservati.

Può sembrare banale, ma in fondo uno degli esempi più grandi di impertinenza è il gioco di un bambino. Per giocare si possono utilizzare oggetti di uso quotidiano, estraniandoli completamente dal proprio contesto e dalla propria funzione, per renderli oggetti con sembianze e funzioni fantasiose. Inoltre le regole convenzionali del mondo adulto vengono trasgredite e talvolta sfidate. Questo non avviene perché i bambini usino una sorta di “irriverenza” nei confronti del mondo adulto, ma perché queste regole non hanno credibilità nel mondo del gioco e per essere conosciute e comprese vengono sfidate. Nel gioco il bambino è spinto dal principio di piacere che lo porta a soddisfare i suoi bisogni infantili. Piano piano però, nel corso della crescita, anche il gioco è costretto a fare i conti con un certo principio di realtà, in un primo momento un po’ mascherato e subdolo e via via sempre più esplicito.
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