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LA CITTÀ, I RIFIUTI E L’IGIENE

TRA MEDIOEVO ED ETÀ MODERNA

Marilisa Ficara (A043-A050)

Introduzione

La scelta di prendere in esame il rapporto tra la città e i rifiuti, con le sue implicazioni igieniche e sanitarie, si lega a due esigenze di natura diversa. Da un lato, alla necessità di utilizzare un approccio geostorico per affrontare un tema connesso alla “città”, selezionato tra quelli emersi durante le attività di brainstorming ed elaborazione della mappa concettuale del gruppo; dall’altro, all’esigenza di individuare un argomento cui poter attingere per un’utilizzazione didattica e interdisciplinare.

Prima di affrontare la questione relativa al complesso rapporto tra la città e i suoi rifiuti, è bene esplicitare i criteri adottati nella stesura dell’elaborato. La vastità della materia presa in esame Ci ha costretto a definire le coordinate storiche e geografiche entro le quali sviluppare la trattazione: le città europee tra il medioevo e l’età moderna (secoli XIII-XIX), con un’attenzione particolare alla realtà urbana italiana nel periodo storico considerato. Al termine del percorso, la riflessione è stata ampliata alla questione dello smaltimento dei rifiuti nella città di Napoli, come caso nostrano di analisi attuale del problema.

L’approccio utilizzato cerca, di volta in volta, di tener conto sia degli aspetti storici (evoluzione diacronica del binomio città-rifiuti) che degli aspetti geografici (rifiuti e impatto sull’ “ecosistema urbano”), senza però trascurare il contributo di altre discipline quali letteratura, scienze, storia dell’arte e diritto.

Partendo dalla definizione di città come “sistema aperto, generato dall’interazione tra popolazione e funzioni”, elaborata all’interno del gruppo, si è ritenuto particolarmente utile affrontare il problema dei rifiuti generati da questa particolare tipologia di “organismo vivente”, evidenziando come la loro presenza fosse, in alcune epoche, un tratto distintivo se non caratterizzante della città ai fini della sua rappresentazione mentale e letteraria. La decostruzione di alcuni stereotipi e le implicazioni della presenza dei rifiuti in città sotto il profilo sia storico che geografico e scientifico, sono tra le principali finalità poste nella stesura di questo elaborato.






Figura 1. Mappa concettuale dell’approfondimento individuale.


capitolo I. I rifiuti nella città preindustriale
I.1 Immagini di città e rifiuti tra storia e letteratura

Tra medioevo ed età moderna si assiste ad un’inversione di opinioni sulla città. Da luogo delle libertà antifeudali, dello sviluppo manifatturiero, della mobilità sociale e della codificazione giuridica moderna, la città diviene in età moderna espressione del gigantismo urbano, dello spegnimento delle autonomie locali, dell’accentuazione delle funzioni burocratiche e della difficoltà di approvvigionamento alimentare.

La polemica antiurbana, che ha il suo culmine nel XVIII secolo, prosegue per buona parte di quello successivo, anche se con toni smorzati e argomenti più specifici, tra i quali figurano le condizioni ambientali della città. Viaggiatori, scrittori, semplici osservatori e storiografi indugiano spesso su un’immagine negativa della città, dalla quale essa emerge come luogo sporco, malsano, “corrotto nel senso prima fisico che morale del termine”1. Generi letterari e documenti ufficiali tramandano immagini di città diversificate e che richiedono un’attenta valutazione critica.

In quelle città italiane in cui erano presenti forti istituzioni comunali, la situazione ambientale non doveva essere cattiva nel medioevo, se Bonvesin de la Riva (1240 circa- 1315 circa) descrive, non senza intenti encomiastici, la sua Milano circondata da un fossato che contiene «non una palude o uno stagno putrido, ma l’acqua viva delle fonti, popolata di pesci e di gamberi»2.

La situazione era assai diversa, invece, nelle capitali statali che, già in questo periodo, presentavano elementi di disagio ambientale. Pier delle Vigne, cancelliere di Federico II, in una lettera del 1240, adopera tinte fosche e misteriose per illustrare i mali fisici di Roma: i prelati, egli scrive, «vi trovano il calore di una insopportabile canicola, acqua putrida, vivande grossolane e malsane, un’aria pesante, un numero incommensurabile di zanzare. La città ha nel suo sottosuolo insetti velenosi che escono con le brume soffocanti dell’estate»3. Gregorovius, il grande storico della Roma medievale, descrive così la città eterna: «Tutti i colli di Roma erano abbandonati e invasi da miasmi pestilenziali […] Il Campidoglio, nonostante ospitasse il palazzo del Senato, era un immenso cumulo di macerie, coperto di vigneti e d’immondizie»4. Anche le strade di Napoli, sotto gli Angioini, apparivano così imbrattate che un decreto di re Roberto del 1313 faceva intendere come la città fosse «piena di sporcizia»5.

Nel Seicento, la condizione di disagio in cui versavano città come Napoli e Roma sembrava essersi ugualmente estesa alle città dell’Italia centro-settentrionale, all’area già investita in passato dall’esperienza comunale e che Bonsevin de la Riva lodava come luogo salubre e prospero. Il Parini dice di detestare Milano, percorsa da carri che trasportano fuori città il contenuto dei pozzi neri, e nel 1761 legge in pubblico una singolare ode dal titolo La salubrità dell’aria, di cui si riportano alcuni stralci6:
[…]

Ma al piè de’ gran palagi

Là il fimo alto fermenta;

E di sali malvagi

Ammorba l’aria lenta,

Che a stagnar si rimase

Tra le sublimi case.
Quivi i lari plebei

Da le spregiate crete

D’umor fracidi e rei

Versan fonti indiscrete;

Onde il vapor s’aggira;

E col fiato s’inspira.
Spenti animai, ridotti

Per le frequenti vie;

De gli aliti corrotti

Empion l’estivo die:

Spettacolo deforme

Del cittadin su l’orme!
Né a pena cade il sole

Che vaganti latrine

Con spalancate gole

Lustran ogni confine

De la città, che desta

Beve l’aura molesta.

[…]
Anche ai viaggiatori stranieri la situazione ambientale delle città italiane in età moderna appariva preoccupante.

Nel 1786 Goethe confessa di essere sorpreso della sporcizia di Venezia e delle sue pratiche di igiene urbana7. Charles Dickens, in viaggio per l’Italia tra 1844 e 1845, a Genova rimane colpito dall’«inestricabile sudiciume (malgrado sia considerata la più pulita delle città italiane), l’ammucchiarsi disordinato di case sporche […]; lo sporco scoraggiante, il disagio e lo sfacelo» e aggiunge che «i cortili [delle abitazioni] sono coperti di erba ed erbacce; ogni sorta di chiazze ripugnanti ricopre la base delle statue, come se fossero afflitte da malattie cutanee»8.

Nelle città italiane del XIX secolo, un soprassalto di coscienza e di sollecitudine verso le condizioni igieniche e la salute del paesaggio urbano si verifica alla vigilia delle epidemie di colera e al momento dei mesti bilanci che vengono stilati dopo ciascuna di esse. A Brescia, nel 1831, una commissione incaricata di ispezionare i quartieri poveri della città, registra «depositi di materiali, sudiciume, immondizia, buche di letame maleodorante, latrine all’aperto, condutture rotte sgorganti acqua che provoca umidità al pianterreno delle case e persino qualche stalla, se pure delle dimensioni modeste»9. Anche a Bologna, investita dall’epidemia del colera nel 1865, la situazione igienico-sanitaria della città non appariva dissimile: «immondizie gettate in strada (e poi ammassate nelle abitazioni dei “raccoglitori”); le numerose case prive di servizi essenziali. Le fogne scoperte e i conseguenti “micidiali miasmi” […]; edifici senza cesso e latrine, spesso ingombri di depositi di immondizie e letame». A Napoli, in vista del colera del 1884, si contavano centinaia di vicoli e cortili chiusi ridotti a «scarrafunere (tane di scarafaggi), covi luridi e brulicanti di uomini-blatte, privi di fognature, di impianti igienici e di acqua potabile, per non parlare dell’aria pura. Su quasi 12.000 pozzi, oltre 7.000 risultavano infetti o sospetti di inquinamento»10.

Ampliando lo sguardo al di là dei confini nazionali, la situazione ambientale urbana non appare certo dissimile in altre città del Nord Europa.

Per Rousseau, Parigi è «una città del rumore, del fumo e del fango». Voltaire è invece un po’ meno pessimista nell’affermare che, rispetto all’inizio del regno di Luigi XIV, in cui «non c’era luminosità, né sicurezza, né pulizia», nel tempo in cui scrive la situazione appare migliorata, grazie alla pavimentazione delle strade e alla loro continua pulizia. Restif de la Bretonne è scandalizzato dagli odori e dalla sporcizia delle strade di Parigi e detta un “codice di comportamento urbano” che contraddice le pratiche in atto: «che non si gettino le immondizie nel fiume, ma si portino in campagna; che non si bruci la paglia; che le vie siano pulite; che ci siano gli spazzini pubblici» e si limiti l’edificazione.

Nella prima metà dell’Ottocento i problemi del degrado urbano, almeno in alcune aree d’Europa, sono parzialmente cambiati, ma le immagini restano drammatiche.

Stendhal esclama indignato: «Bisogna gridare a questi abitanti di Parigi che si credono così avanzati per le cose dell’ordine e della pulizia: voi siete dei barbari», e aggiunge «le vostre strade esalano un odore infetto: voi non potete farci un passo senza essere ricoperti da un fango nero; questo fango dà un aspetto ributtante alla gente obbligata a camminare a piedi. Ciò deriva dall’idea assurda di aver fatto delle vostre strade una fogna generale»; e nel 1830 il De Tissot scrive che il cattivo odore che invade Parigi è insopportabile.

Ma è la nuova realtà delle città industriali inglesi ad attirare le osservazioni più attente e preoccupate. Alexis de Tocqueville visita Manchester nel pieno del fervore industriale e, nel suo Journey to England and Ireland, conclude: «Alcune di queste strade sono lastricate, ma la maggior parte di esse sono piene di solchi e pozzanghere nelle quali i piedi e le ruote dei carri affondano. Ammassi di sterco, macerie di edifici, pozze putride e stagnanti si trovano qua e là tra le case e sulle sconnesse superfici delle aree pubbliche. […] Le acque fetide e fangose, tinte dalle migliaia di colori delle fabbriche che attraversano, di uno dei torrenti che ho citato prima, scorrono lentamente intorno a questo rifugio di povertà. […] Una specie di fumo nero copre la città. Il sole visto attraverso esso, appare come un disco privo di raggi […]. Migliaia di rumori disturbano questo buio, umido labirinto […]. Da questa fogna torbida trabocca il più grande flusso di industria umana per fertilizzare il mondo intero […]. Qui l’umanità raggiunge il suo sviluppo più completo e il suo massimo abbruttimento»11.

Charles Dickens, con abilità letteraria, traccia in Hard Times (1854) il prototipo della città industriale inglese della metà dell’Ottocento, Coketown (“la città del cabone”): «Era una città di mattoni rossi, o di mattoni che sarebbero stati rossi se il fumo e la cenere lo avessero consentito […]; di macchine e alte ciminiere dalle quali interminabili serpenti di fumo si snodavano senza sosta. Essa conteneva un canale nero, e un fiume che correva rosso di colori maleodoranti […]. Vista da lontano […], Coketown giace velata entro i suoi vapori, che appaiono impenetrabili ai raggi del sole […]. L’intera città sembra friggere nell’olio. C’era un soffocante odore di olio caldo dappertutto»12.

Se la metropoli sinistra, il fiume cloacale e la nebbia sono elementi ricorrenti della poetica dello scrittore inglese, le atmosfere brumose rischiarate da soli pallidi e opachi suggeriscono a Turner uno dei capisaldi della sua arte figurativa, Pioggia, vapore e velocità (Londra, National Gallery, 1844)13.



Figura 2. Turner, Pioggia, vapore e velocià

(fonte: http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/f/fa/Joseph_Mallord_William_Turner_072.jpg)
Ma le testimonianze più note e più crude sulla città inglese di metà Ottocento sono quelle di Friederich Engels, che descrive duramente alcuni quartieri di Londra, di Manchester e Salford, “i cui vicoli stretti ricordano quelli di Genova”.

Non tutti però concordano sulla condizione e il destino della città industriale inglese, e la recente ricerca storico-economica o storico-demografica ha ridimensionato le valutazioni pessimistiche circa i generali livelli di vita dell’intera popolazione britannica durante la rivoluzione industriale14. Rimangono tuttavia il disagio e la sfiducia espressi da medici, uomini di chiesa, poeti e romanzieri come William Blake e Charles Dickens.

Anche la storiografia è severa con la città della prima industrializzazione e dell’urbanesimo spinto. Sono i quartieri operai e popolari nelle città manifatturiere europee dell’Ottocento a far ritenere problematico il bilancio costi/benefici della Rivoluzione industriale per le classi lavoratrici. Ecco che, quando la realtà diviene offensiva e frustante, come accade nella città ottocentesca, ci si rifugia in quello spazio immaginario che si colloca a metà strada tra il progetto politico e l’utopia. In tal modo, alla rappresentazione letteraria della città, si lega il filone dell’utopia urbana, che annovera tra i maggiori esponenti Tommaso Moro, Etienne Cabet, Benjamin W. Richardson, Jules Verne e Ebenezer Howard15.
Al termine di questo excursus artistico- letterario è certo molto difficile mettere a fuoco un’immagine nitida della città italiana di fine Ottocento. Per molti motivi. Secondo la Giovannini, l’immagine negativa della città, frutto dell’ideologia antiurbana, è inappropriata perché non rappresenta, se non in pochissimi casi, lo standard medio delle città italiane di quegli anni16. Con le dovute eccezioni, l’indeterminatezza degli attributi urbani (dimensioni, attività economiche, luoghi di cultura e istruzione, relazioni sociali, istituzioni politiche) rende complessa, prima del secondo dopoguerra, persino la distinzione tra centro rurale e centro urbano.

In Italia la popolazione urbana è una minoranza e ancora più esigua è la percentuale di cittadini esposta ai mali delle grandi città industriali, se si considera che, a fine Ottocento, il tasso di mortalità dei comuni piccolissimi supera del 43% il tasso dei comuni grandissimi. In questo periodo si prende coscienza dell’arretratezza delle città italiane rispetto a quelle nord-europee che, grazie ai miglioramenti tecnologici e ambientali, erano divenute agli inizi del XX secolo di gran lunga più sicure, relativamente alla speranza di vita, di quanto non lo fossero un secolo prima. Fu la Parigi creata dal barone Haussmann a comporre, più di ogni altra, la prima grande figura di città moderna e a rappresentare, sia nelle immagini letterarie che nell’oratoria politica, una costante pietra di paragone. La fama della straordinaria, gigantesca impresa con la quale la Parigi storica era stata rimodellata e riunificata aveva colpito l’immaginazione di molti.

E’ quindi evidente che i giudizi di valore addirittura antitetici espressi sulla città vennero, di volta in volta, strumentalmente usati per scopi diversi e che, tutti insieme, contribuiscono oggi a confondere ancor di più la messa a fuoco dell’immagine urbana.
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